Il ruolo della “ sinestesia” e del campo visivo nella psicofisiologia dello spettatore

18 10 2009

Il film è un testo polisemico, pieno d’informazioni visive e auditive.

Esso è considerato un sistema, costituito da vari elementi come le forme, i movimenti, i colori, la musica che, interagendo fra loro, ricompongono una serie di immagini successive, ovvero il film. Ma come può orientarsi lo spettatore all’interno di una tale complessità?
Lo spettatore è in grado di percepire gli elementi del film in virtù di procedimenti selettivi e organizzativi che sono il risultato di un apprendimento basato sulla propria esperienza extrafilmica, che a sua volta filtra le varie scene della pellicola.
Il suo sguardo possiede un’ampiezza di 210 gradi al cui interno il raggio visivo viene orientato in maniera molto selettiva su determinate parti del campo. Quindi mette a fuoco soltanto una parte del campo visivo e il resto rimane sfocato e percepito solo come vagamente presente.

Parliamo di sguardo selettivo specialmente per quei settori dello schermo in cui è maggiore la concentrazione di informazioni, la cosiddetta attensity. Allorché nell’immagine interviene un movimento, l’occhio lo segue con un moto continuo, detto “inseguimento”. Se nell’inquadratura si muovono più elementi, lo sguardo tende a occupare un posto che gli permetta di tenere sotto controllo l’insieme e quindi non tende ad ancorarsi su un punto fisso come fa nelle panoramiche e nelle zoomate, in cui si fissa sul punto di fuoco.
Ma che cosa succede dopo uno “stacco” o una “dissolvenza”? Lo sguardo viene introdotto a un campo visivo nuovo, inesplorato e lo spettatore tende a intensificare la rapidità dei movimenti oculari per percepire gli elementi essenziali e riuscire a stabilire la natura della scena.
Quindi le preferenze dello sguardo e i punti di fissazione sono correlati con la partecipazione psicologica dello spettatore nella realtà filmica.

Il film interagisce con il corpo dello spettatore, si crea un gioco comunicativo d’azione e inibizione dei sensi.

Dopo i primi istanti di proiezione, si attiva quella potente fascinazione: dimentichiamo di star assistendo a uno spettacolo d’ombre.
Seguendo un film, l’interdipendenza vista-udito ci introduce a diversi stadi fisici: a una scena drammatica o spaventosa, il nostro corpo si tende, ma a una scena serena, si rilassa. Molte volte è possibile notare su noi stessi l’induzione ad assumere posture e comportamenti dei personaggi dello schermo. Sembra semplice, ma il rapporto comunicativo che si stabilisce fra il film e chi lo vede è complicatissimo, si creano rapporti complessi tra percezione e azione a livello psicofisiologico.

L’immagine filmica interagisce con il corpo dello spettatore, ma questo corpo, a differenza dell’esperienza quotidiana, sperimenta tutta una serie d’assenze, di olfatto, di gusto e di tatto, e nonostante ciò lo spettatore è in grado di avere le stesse risposte sensoriali che avrebbe nella realtà. Ciò avviene perché il corpo organico è indotto a stabilire rapporti sostitutivi a quelli fisici, che gli sono negati.
La nozione di sinestesia è sempre associata alla concezione del corpo come schema d’interdipendenze: gli stimoli esterni raggiungono lo spettatore dallo schermo e implicano un’attività sensoriale che coinvolge tutta la persona.
Immagini e suoni colpiscono i sensi e dopo la loro diffusione sulla superficie corporea, raggiungono il cervello e gli stimoli sensoriali si trasformano in cambiamenti psichici di riflesso con durata variabile che dipende dall’idiosincrasia dell’individuo e dal proprio orientamento soggettivo.

Riferimenti bibliografici

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