Alain de Benoist e il suo modello di democrazia diretta

5 04 2009

Alain de Benoist si è occupato di problemi filosofici, sociali, geo-politici, di storia delle idee politiche, ha analizzato le vicende della religiosità nel mondo contemporaneo, e ha dedicato particolare attenzione all’analisi del concetto di democrazia, mettendone in evidenza potenzialità e limiti.

Viviamo in regimi democratici fondati sulla rappresentanza di stampo liberale, anche se il modello della rappresentatività è ormai in crisi, come dimostrano l’elevato astensionismo e le difficoltà dei partiti tradizionali. Anche i fenomeni del regionalismo e dell’ecologismo rimandano alla problematicità dell’equazione tra rappresentanza e democrazia; a questo proposito Alain De Benoist rimanda alla riflessione di Hobbes e Locke sul rapporto tra delega contrattuale, potere e sovranità, così come alla proposta rousseauiana di una democrazia partecipativa. Non esiste alcun sistema elettorale perfetto, ma il modello proporzionale sembra presentare molti inconvenienti, perché produce frammentazione politica e instabilità parlamentare, riducendo la capacità decisionale del parlamento. Il doppio scrutinio tedesco fa invece tesoro dei vantaggi del sistema maggioritario e di quello proporzionale. De Benoist considera quindi le distorsioni del sistema maggioritario uguali e contrarie rispetto al proporzionale; occorre orientarsi, a suo parere, verso la ricreazione di spazi pubblici di socialità in vista di una cittadinanza attiva all’interno di una democrazia partecipativa. L’esigenza della democrazia diretta fu un tema del ’68 francese, che però trascende le famiglie politiche della destra e della sinistra. Al di là delle etichette politiche è importante trovare modalità di partecipazione democratica mantenendo l’aspetto decisionale della vita politica ed evitando l’inconcludenza di una discussione perpetua. La crescente indifferenza nei confronti della politica deriva dal ripiegamento nella sfera privata ed individuale, oltre che dalle delusioni della vita collettiva. Le società in fondo si somigliano sempre di più nonostante le diversità dei sistemi istituzionali, la stessa evoluzione sociale dipende sempre meno dalla vita politica istituzionale; si ha inoltre un’usura del modello di Stato-nazione, anche in seguito alla mondializzazione dell’economia e all’aumento della disoccupazione . Nel panorama dell’atomizzazione sociale la televisione è un potente mezzo in antagonismo con l’esperienza vissuta, anche perché appiattisce i vari messaggi ed eventi rendendoci paradossalmente meno informati. Al confronto la lettura permette invece una dimensione più profonda di riflessione: la televisione inoltre ha ucciso il cinema nella sua dimensione sociale e rituale, sebbene probabilmente si avrà presto una reazione di saturazione, anche in seguito alla moltiplicazione delle reti . Il pluralismo permette una maggiore diversità, anche se può presentare degli aspetti negativi. C’è per esempio, anche in seguito alla diversità etnica, una nuova presa di coscienza del regionalismo, ma la nuova coscienza pluralistica concerne ormai anche i sistemi di valori: l’eterogeneità aumenta, anche se parallelamente aumenta l’omogeneizzazione, dando luogo a fenomeni di ‘eterogeneizzazione’ patologici, come l’islamismo radicale che rifiuta la società occidentale. Il fenomeno dell’immigrazione in Francia presenta due diversi modelli, quello dell’immigrazione maghrebina, destrutturata e disgregata anche dal punto di vista familiare, e quello dell’immigrazione asiatica, che ha prodotto una forte integrazione comunitaria. Per De Benoist il modello comunitario permette un’integrazione migliore rispetto alla prospettiva assimilazionista, che erode l’identità collettiva in nome dell’individualismo liberale. L’ideologia liberale mira a emancipare la sfera economica e a superare la struttura politica tradizionale, orientandosi verso un’antropologia individualistica. L’esigenza razionalistica si esprime in particolare nell’idea di contratto, grazie al quale si intende massimizzare l’interesse. Perciò l’individualismo distrugge l’assetto politico della società, legittimando l’egoismo, affondando ogni etica e morale e cancellando il senso della solidarietà. L’ideologia liberale allo stato puro non potrebbe comunque funzionare, visto che le stesse società che incarnano il mito liberale, come gli Stati Uniti, in realtà vivono grazie alle loro componenti non liberali (il senso religioso, la cultura ecc.), e altrimenti si smascherano per le gravi ingiustizie sociali prodotte da un’ideologia distruttiva; occorre invece ricreare dei centri di vita pubblica attiva in cui sia possibile una maggiore partecipazione. Per concludere, De Benoist auspica una democrazia di base, libertaria ed egualitaria, che mantenga elementi gerarchici aperti, pluralistici e non autoritari

Il liberalismo è una ideologia che sul piano sociale punta ad emancipare la sfera economica dal mondo politico, in ragione dei suoi presupposti individualistici. Essa è infatti costruita attorno a un’antropologia per la quale l’individuo separato dalla collettività è la cellula fondamentale della società. Il razionalismo di tale ideologia si disegna nella figura – ovviamente fittizia – del contratto. In Locke, come in tutte le teorie liberali del contratto, l’uomo non è sempre vissuto in società, ma vi è entrato a un certo punto, abbandonando l’isolamento naturale. Perché gli uomini hanno deciso di associarsi? Perché volevano massimizzare il loro interesse, e volevano farlo razionalmente. È qui il fondamento dell’ideologia e dell’antropologia liberale. Esse rappresentano l’uomo, in quanto tale, e non in quanto cittadino, come titolare di diritti imprescrittibili, che entra in società e si associa con altri individui unicamente per massimizzare il proprio vantaggio, per perseguire razionalmente il suo massimo interesse. Ora, siccome un interesse può essere razionalmente definito solo in quanto può venir quantificato, esso è necessariamente un interesse materiale. Entriamo allora nella rappresentazione corrente della società liberale, una società atomizzata, dominata dall’economia, caratterizzata dal perseguimento concorrenziale del massimo interesse, che rigetta gli esclusi. Questo modello individualista mi appare assolutamente dannoso, esso distrugge tutto: distrugge il politico, distrugge la società, legittima dal punto di vista etico i comportamenti più egoistici, provocando la perdita di ogni senso di solidarietà nei confronti degli altri, di tutto ciò che può legare l’individuo al bene comune. A tutto ciò va aggiunto che l’ideologia liberale allo stato puro non funziona meglio dell’ideologia marxista allo stato puro. Se una società vivesse secondo i princìpi dell’ideologia liberale, integralmente concepita e applicata, molto semplicemente, essa non potrebbe sopravvivere. Paradossalmente, le società liberali vivono solo a causa, o grazie a ciò che c’è di non liberale, di ciò che resta di non liberale in esse: la solidarietà, i legami religiosi, il sacro, la cultura, e precisamente tutto quel che eccede il solo individuo ma che permette all’individuo di esistere. Ora, queste compensazioni sono più o meno forti a seconda dei paesi: esse esistono certo negli Stati Uniti, esistono certamente in misura maggiore in un paese come la Germania. Ma guardate negli Stati Uniti lo straordinario numero di esclusi, guardate la mancanza di copertura sociale, guardate il modo in cui la scuola di alto livello è riservata agli individui più ricchi. C’è una tale montagna di ingiustizie sociali negli Stati Uniti: la molla essenziale è sempre la ricerca del denaro, la massimizzazione dell’interesse materiale dell’individuo, alla base del sogno americano. Sono perciò convinto che l’ideologia liberale sia essenzialmente distruttiva. Dunque, per tornare al punto di partenza della nostra conversazione, credo alla necessità di ricreare dei centri di vita attiva, dei centri di vita cittadina, degli spazi pubblici a livello dei luoghi di lavoro, a livello delle comunità, a livello delle regioni, a livello dei gruppi culturali o etnici. Credo alla necessità di uscire dal dilemma tra istituzioni sorpassate e ripiegamento sulla vita individuale, per creare forme di partecipazione il più possibile permanenti e aperte.



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