Il film interagisce col corpo dello spettatore. Un gioco comunicativo d’azione e inibizione dei sensi. Dopo i primi istanti di proiezione di un film, si attiva quella potente fascinazione: che semplicemente dimentichiamo di star assistendo ad uno spettacolo d’ombre.
Seguendo un film l’interdipendenza vista – udito, c’introduce a stadi diversi dal punto di vista fisico. Ad una scena drammatica o spaventosa, il nostro corpo si tende, ma una scena serena, rilassa lo spettatore nella sua poltrona. Molte volte è facile notare anche a noi stessi, l’induzione ad assumere posture e comportamenti dei personaggi dello schermo. Sembra semplice, ma il rapporto comunicativo che si stabilisce fra il film e chi lo vede è complicatissimo e si creano rapporti complessi tra percezione e azione a livello psicofisiologico dello spettatore.
L’immagine filmica interagisce con il corpo dello spettatore, ma questo corpo, al confronto con l’esperienza quotidiana, sperimenta tutta una serie d’assenze – d’odori, gusti, la possibilità di toccare e di porsi in rapporto spaziale con altri volumi corporei. Lo spettatore però è in grado di avere le stesse risposte sensoriali che avrebbe nella realtà. Ciò avviene perché il corpo organico presente in sala è indotto a stabilire rapporti sostitutivi da quei fisici che gli sono negati.
La nozione di sinestesia è sempre associata alla concezione del corpo come schema d’interdipendenze. Gli stimoli esterni raggiungono lo spettatore dallo schermo ed implicano un’attività sensoriale e tutta la persona è coinvolta nell’attività.
Immagini e suoni colpiscono i sensi e dopo la loro diffusione sulla superficie corporea, raggiungono il cervello e gli stimoli sensoriali si trasformano in cambiamenti psichici di riflesso con durata variabile che dipende dall’idiosincrasia dell’individuo e dal proprio orientamento soggettivo.
Riferimenti bibliografici
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