Business climatico

5 12 2009

La Terra è un sistema vivente composto da parti fisiche, chimiche, biologiche e umane che si auto-regola. Naturalmente il pianeta riceve influenze esterne dal sole, dalla luna, dai meteoriti.

Molte interazioni e retroazioni sono complesse e variano nel tempo e nello spazio su scale diverse. Purtroppo in questi ultimi anni “siamo aumentati numericamente al punto tale che la nostra presenza sta visibilmente debilitando il pianeta, come se fosse una malattia. E, proprio come accade con le malattie umane, si sono solo quattro esiti possibili: distruzione degli organismi patogeni invasori; infezione cronica; distruzione dell’ospite o simbiosi, vale a dire relazione permanente di mutuo beneficio tra ospite e invasore” (James Lovelock).
L’originale studioso James Lovelock, è l’ideatore dell’ipotesi Gaia (nome suggerito dall’amico scrittore e premio Nobel William Golding), cioè del concetto della Terra intesa come un sistema vivente attivo e auto-regolativo. Lovelock ha pubblicato nel 2006 “La rivolta di Gaia” (Rizzoli), un libro che sa andare controcorrente, esponendo diverse tesi originali sui rapporti uomo-pianeta. Una di queste tesi afferma che riducendo lo smog, che filtra i raggi solari, si rischia di far riscaldare ulteriormente l’atmosfera terrestre. Anche lo studioso italiano Franco Prodi ritiene che il clima sia un fenomeno complesso molto difficile da comprendere e che quindi non si possono semplificare le cose parlando solo di anidride carbonica. Ad esempio il metano di derivazione zootecnica ha una grande influenza: è 23 volte più nocivo dell’anidride carbonica. L’ossido di azoto è 296 volte più nocivo. Ed è inutile risparmiare sulle lampadine e poi continuare a spostare merci da un continente all’altro senza nessun criterio. Inoltre la produzione di agro-carburanti sta alterando gli equilibri ecologici regionali e presto peggiorerà anche quelli sociali aumentando i prezzi delle derrate alimentari in modo sconsiderato (Luca Colombo e Antonio Onorati, Diritti al cibo! Agricoltura sapiens e governance alimentare, www.jacabook.it, 2009).
Comunque proviamo a ragionare sull’equilibrio ambientale attraverso la definizione espressa da Gilbert Glaser, dell’International Council of Science: “Lo sviluppo sostenibile è un bersaglio mobile. Rappresenta lo sforzo continuo di equilibrare e integrare i tre pilastri del benessere sociale, della prosperità economica e della protezione ambientale a beneficio della generazione presente e di quelle future”. I processi di equilibrio della Biosfera, possono essere molteplici, ma uno dei più interessanti è il seguente: “il dimetil solfuro (Dms) emesso dalle alghe dell’oceano è in relazione con la formazione delle nubi e quindi con il clima” (1986).
Purtroppo “ci si dimentica facilmente che, poiché noi uomini siamo molto numerosi, qualsiasi azione da noi compiuta – dalle pratiche agricole alla costruzione di edifici – è di grave danno per la vita selvatica e per Gaia” (2006, p. 128). Perciò fra qualche anno potremmo ritrovarci nelle stesse condizioni di Napoleone a Mosca: ci ritroveremo con troppe bocche da sfamare e risorse che diminuiscono di giorno in giorno, mentre aspettiamo di prendere una decisione. È quindi giunto il tempo di pianificare una ritirata sostenibile e di successo (Lovelock, p. 206). Ma il vero problema psicologico è che quando scegliamo un compagno di vita, una casa o facciamo una scelta ideologica, “una volta presa la decisione si fa di necessità virtù, e si tende a vedere le altre opzioni scartate come piene di svantaggi”. La dissonanza cognitiva è riassunta dalla frase: “Ora non state a confondermi con i fatti. La mia decisione è presa” (p. 176).
In realtà la conoscenza che abbiamo sulla Terra e l’universo è molto approssimativa: come affermato dal fisico quantistico Richard Feynman, “chiunque pensi di capire, probabilmente non sta capendo nulla”. “Però si dà troppo spesso per scontato che i vasti cambiamenti apportanti sulla superficie della terraferma dalle pratiche agricole e di silvicoltura abbiano un’influenza scarsa o addirittura nulla sulla sensibilità e la capacità di recupero del pianeta” (Lovelock, p. 89). Maggiori investimenti in ricerca “agroecosistemica” sono così indispensabili, sia a livello universitario, sia a livello dell’esplorazione e della valorizzazione dei saperi delle popolazioni locali di tutto il pianeta.
Invece Piers Corbyn, uno studioso del Weatheraction, una società che si occupa di previsioni meteo a lungo termine, afferma che l’impatto solare di particelle rilasciate dal sole è molto più consistente di quanto sia attualmente accettato e sono quasi interamente responsabili di quanto accade alle temperature globali. Per il meteorologo Corbyn, il cambiamento climatico è “un’arma di tassazione di massa, tutti i partiti politici desiderano utilizzare il cambiamento climatico come una scusa per aumentare le tasse. E inoltre è una tattica per le potenze occidentali per controllare l’offerta mondiale di energia” (www.weatheraction.com). C’è poi da sottolineare l’interesse dalla lobby del nucleare che trae vantaggio dalla gazzarra sull’effetto serra per promuovere se stessa.
Anche se la Terra ha conosciuto molte grandi estinzioni di massa, “ora è iniziata la sesta estinzione, ed è dovuta all’attività umana” (E. O. Wilson, La creazione, 2008). Alcune stime parlano dell’estinzione di un quarto di tutte le specie di piante e animali entro il 2050, grazie al semplice fattore della sovrappopolazione umana che è arrivata ad appropriarsi di oltre il 40 per cento dell’energia fotosintetica del sole attraverso l’agricoltura. Senza poi calcolare tutta quella riflessa e improduttiva che si disperde nelle città. Comunque le altre cause della perdita della biodiversità, messe in ordine decrescente, sono le seguenti: la perdita di habitat a causa delle coltivazioni, delle costruzioni, degli incendi, degli scavi, ecc. (è la causa più importante); le specie aliene e cioè le specie di altri continenti che vengono diffuse dall’attività umana; l’inquinamento chimico e organico; lo sfruttamento eccessivo dovuto alla caccia, alla pesca e alla raccolta” (Wilson, 2008). Non dimentichiamoci poi delle invasioni degli animali di allevamento che possono diffondere malattie e che con la loro ridotta variabilità genetica metterebbero a rischio la sopravvivenza dell’uomo in caso di pandemie animali in grado di ridurre drasticamente la disponibilità di cibo.
A sua volta il giornalista francese Hervé Kemft ha sottolineato l’importanza di far capire agli ecologisti la centralità della questione sociale e dei rapporti di forza tra le classi sociali e viceversa di far comprendere ai politici e ai cittadini l’importanza dell’emergenza ecologica che naturalmente determina anche l’applicazione della giustizia sociale nei diversi paesi del mondo (Perché i mega-ricchi stanno distruggendo il pianeta, www.garzantilibri.it, 2008). La riduzione delle fonti di acqua potabile (di superficie e di profondità) e il progressivo depauperamento delle risorse energetiche saranno le due problematiche fondamentali da affrontare per poter mantenere le condizioni della pace mondiale.
Ma alle caste economiche, finanziarie, politiche e mediatiche non interessa nulla del futuro delle varie popolazioni umane. Il loro interesse è centrato sulla lotta per l’egemonia contro la democrazia e le libertà pubbliche: “di fronte alle turbolenze che nascono dalla crisi ecologica e dalla crisi sociale mondiale, e al fine di preservare i propri privilegi, l’oligarchia sceglie di indebolire lo spirito e le forme della democrazia, ovvero la libera discussione delle scelte che riguardano la collettività, il rispetto della legge e dei suoi rappresentanti, la protezione delle libertà individuali di fronte agli interessi di altri gruppi costituiti” (Kemft, p. 100).
Quindi è giunto il momento di “prendere delle misure che l’interesse individuale non s’impone spontaneamente, e che difficilmente possono costituire l’oggetto di una decisione nel processo democratico”: bisogna ridurre i consumi materiali e accettare l’automoderazione dell’umanità nell’interesse di tutte le generazioni future (Hans Jonas, Il principio di responsabilità, 1993). Come disse S. Agostino, se non c’è giustizia i regni sono solo degli estesi brigantaggi. “D’altra parte, le élite manageriali sono incolte. Provviste di una formazione di tipo economico o politico, o laureate in ingegneria, sono spesso ignoranti in fatto di scienza e quasi sempre sprovviste della minima nozione di ecologia. La reazione abituale di un individuo a cui manca la conoscenza di un problema e di sottovalutare o di disprezzare le questioni sollevate da una cultura a lui estranea, per privilegiare le questioni in cui è più competente. Le élite agiscono allo stesso modo. Ed ecco spiegata la sottovalutazione del problema ecologico da parte loro” (Kemft, p. 40). “Quasi tutti si dimenticano che circa il 20 per cento dell’emissione di gas all’origine dell’effetto serra è dovuto alla deforestazione” (p. 33).
Anche la keniota Wangari Maathai, premio Nobel per la Pace nel 2004, ha descritto la progressiva distruzione dell’ambiente nel continente africano nella sua autobiografia “Solo il vento mi piegherà” (2007). La sua soluzione è stata quella di creare una sua “istituzione”: il Green Belt Movement. Questa associazione si occupa di promuovere lo sviluppo e i diritti umani, piantando alberi e idee. E questa donna è riuscita ad ottenere grandi cambiamenti con azioni molto semplici come il favorire l’accesso all’acqua e all’istruzione, e attraverso la tutela dei poveri, delle donne e dei bambini. Per le sue attività filantropiche Wangari Maathai ha ricevuto molti altri riconoscimenti, tra cui spicca anche “il Nobel alternativo”: The Right Livelihood Award. Anche Mikhail Gorbaciov ha fondato un’associazione ambientalista, la Green Cross International, che ha anche una sede in Italia. E, tanto che ci sono vi segnalo altre due importanti associazioni internazionali: l’Human Rights Watch e l’United Nations Environment Programme.
Nel 1800 eravamo circa 1 miliardo e ora siamo quasi 7 miliardi. Perché quasi nessuno si rende conto che per consumare meno bisogna essere di meno e che per avere meno poveri occorre che i poveri facciano meno figli? Sempre più spesso i poveri continuano a fare troppi figli anche se non possono mantenerli dignitosamente. Purtroppo sono i capi delle diverse religioni monoteiste i maggiori responsabili di questo andazzo: avere un bambino in meno per loro significa solamente avere un credente di meno, anche se poi morirà per la fame, le malattie o la guerra.
Infine, dato che l’Africa è stata la culla dell’umanità, mi sembra giusto concludere con due proverbi africani: il momento migliore per piantare un albero è vent’anni fa, il secondo momento migliore è adesso; per educare un bambino occorre un intero villaggio





Esbjörn Svensson Trio – Goldhearted Miner

24 11 2009





LA MENTE SISTEMATICA DI UN CUORE SELVAGGIO – “Manifesto” di Enrico Comba

8 11 2009

CLAUDE Lévi-Strauss
Il grande antropologo, che aveva varcato la soglia dei cento anni, è morto a Parigi nella notte tra sabato e domenica. I suoi studi etnologici lo portarono a capire che l’uomo è essenzialmente «un animale simbolico» e che il pensiero funziona dappertutto secondo meccanismi identici. Dunque, non ci sono differenze sostanziali nelle facoltà intellettive e nelle capacità riflessive delle diverse società
«Odio i viaggi e gli esploratori», una frase indimenticabile, che apre il volume forse più letto e conosciuto di Claude Lévi-Strauss, Tristi Tropici (1955), una frase che rimane impressa indelebilmente anche nei lettori che non odiano affatto i viaggi e gli esploratori e che prediligono quella letteratura di viaggio al cui genere l’opera da cui è tratta nonostante tutto appartiene e che ha stimolato generazioni di viaggiatori e di ricercatori che si sono avventurati alla ricerca di tropici più o meno tristi. Una frase paradossale, dunque, che sembra riassumere i molteplici paradossi che caratterizzano l’opera e il pensiero di Lévi-Strauss: probabilmente l’antropologo più celebre e influente del Novecento, che tuttavia ha lasciato più critici che allievi, la cui opera è guardata con venerazione e rispetto ma per lo più scorsa frettolosamente dalle generazioni più recenti di studiosi.
L’antropologo francese ha avuto la singolare fortuna di poter assistere, nel corso della sua lunga vita, non solo al culmine della propria notorietà e del prestigio accademico e scientifico, ma anche al declino dell’interesse per le proprie opere, fin quasi alla tacita emarginazione, e infine alla lenta riscoperta e rivalutazione che si è fatta strada solo negli ultimi anni.
Sotto il segno dell’universale
L’opera immensa e straordinaria di Lévi-Strauss riscuote spesso reazioni contrastanti e diametralmente opposte: alcuni lo ammirano senza riserve e sono affascinati dallo stile raffinato ed elegante, mentre altri rimangono infastiditi e insofferenti di fronte al linguaggio a volte oscuro e a un argomentare fluido e sfuggente.
Eppure la figura di Lévi-Strauss segna una profonda trasformazione nella storia dell’antropologia: la disciplina, dopo aver assorbito gli stimoli e le sollecitazioni dovuti alla sua opera, non è stata più la stessa di prima. Il pensiero dell’autore di Tristi Tropici ne ha modificato la fisionomia, ne ha trasformato il ruolo e le prospettive, ne ha rinnovato l’autorevolezza e la notorietà. Lévi-Strauss ha rappresentato un genere di antropologia diversa da quella resa celebre, per esempio, da Malinowski: una ricerca dettagliata e approfondita di una singola realtà etnografica attraverso la ricerca lunga e sistematica sul terreno, lo sforzo di vivere come un nativo e di narrarne il significato e le implicazioni.
L’antropologia lévi-straussiana è piuttosto una ricerca comparativa di ampio respiro, che si propone di esplorare l’ampio spettro delle differenze e delle somiglianze tra le società umane per mettere in luce ciò che di universale le accomuna e le sottende. La sua opera sulle Strutture elementari della parentela (1949) ha costituito per oltre mezzo secolo un riferimento obbligato per gli studi antropologici e ha segnato una svolta nel modo di affrontare lo studio dei sistemi sociali. Quello che appariva come un caotico groviglio di usanze, costumi, regole e proibizioni estremamente variabili da una cultura all’altra comincia a prendere forma, sotto il rigoroso e sistematico esame dell’antropologo, mostrando l’esistenza di una serie di principi fondamentali che stanno alla base di tutta una vasta serie di fenomeni.
Le varie forme di prescrizione matrimoniale, che stabiliscono chi si può (o si deve) e che non si può (o non si deve) sposare, rimandano a un numero limitato di principi strutturali riconducibili al modello dello scambio. L’apparente disordine e confusione della variabilità culturale trova la propria giustificazione e possibilità di spiegazione attraverso l’individuazione di un nucleo di principi strutturali universali. Forse un meccanismo troppo semplice per spiegare adeguatamente la molteplicità dei fenomeni e delle situazioni empiriche, come è stato messo in evidenza dagli studi successivi, tuttavia il salto di qualità che quest’opera ha consentito di fare è stato immenso e ha fornito argomenti di discussione e di riflessione per i successivi cinquant’anni di studi e di ricerche.
Per Lévi-Strauss, questa ricerca di ordine nel caos delle percezioni e delle rappresentazioni è un’esigenza che si manifesta non soltanto nel lavoro dell’antropologo, ma più in generale in ogni sistema culturale umano. L’uomo è essenzialmente un «animale simbolico», la sua caratteristica fondamentale e universale consiste nel costruire un sistema di categorie attraverso cui dare ordine e significato al mondo che lo circonda. Così come ogni lingua si fonda su una particolare articolazione e scelta dei suoni, ciascuna cultura elabora un complesso sistema di classificazione della realtà, che si basa anch’esso su un numero limitato di regole e di principi ma che può dare luogo a un’immensa varietà di rappresentazioni.
È grazie all’opera di Lévi-Strauss, in particolare al suo volume sul Pensiero selvaggio (1962), che si è affermato ampiamente il principio secondo cui i popoli extra-europei non sono semplicemente dominati da un pensiero «magico», da superstizioni e credenze assurde e irrazionali, da concezioni empiricamente infondate, ma dispongono di complessi e articolati sistemi di classificazione e di descrizione del mondo. La conoscenza del mondo naturale, degli animali, delle piante, del territorio manifestata da molti popoli indigeni si rivelava, grazie alle pagine dell’antropologo francese, di un’inaspettata profondità e accuratezza. Non solo, ma questa propensione a classificare, osservare, descrivere, è stata ricondotta da Lévi-Strauss a una universale qualità intellettiva dell’uomo, che è indipendente dalle esigenze immediate di ordine materiale. La famosa frase, rivolta in modo critico alla teoria utilitaristica di Malinowski, in cui si afferma che gli animali per il pensiero indigeno sono non tanto «buoni da mangiare» quanto soprattutto «buoni da pensare», costituisce per l’antropologia un momento di svolta decisivo: viene di colpo restituita a tutta l’umanità, anche a quella più lontana ed esotica, la dignità intellettuale, la capacità di interrogarsi e di osservare, la curiosità di indagare e di scoprire, la necessità di porsi delle domande e di cercare delle risposte. A molti antropologi della seconda metà del Novecento questa enfasi posta da Lévi-Strauss sulla dimensione intellettiva della cultura è sembrata eccessiva e squilibrata: lo si è accusato di mentalismo e di intellettualismo, di trascurare in modo indebito gli aspetti più materiali dell’esistenza, come i condizionamenti ecologici e le esigenze della produzione economica, la dimensione corporea e le pratiche ad essa collegate. Tuttavia, rimane a Lévi-Strauss l’indiscutibile merito di aver portato una ventata di aria fresca in un settore che era rimasto a lungo intriso da radicati pregiudizi e da prospettive obsolete.
La sua insistenza sul fatto che il pensiero umano funziona dappertutto secondo meccanismi identici e che gli uomini «hanno sempre pensato altrettanto bene» ha contribuito in modo decisivo ad abbandonare l’idea che vi fossero differenze sostanziali nelle facoltà intellettive e nelle capacità riflessive tra le società umane.
Nel regno del mito
A partire dagli anni Cinquanta, i principali lavori teorici di Lévi-Strauss si sono rivolti a un campo di studi particolare e alquanto inconsueto: quello dei miti. La scelta sembra apparentemente bizzarra: perché interessarsi per tanti anni e con tanto impegno a quel coacervo di storie improbabili, a quei racconti apparentemente incoerenti e fantasiosi provenienti dalle lontane foreste dell’Amazzonia o dagli altopiani delle Montagne Rocciose? Tuttavia, anche in questo caso, Lévi-Strauss è stato in grado di mostrare come dietro quell’insieme caotico di eventi e di narrazioni, che raccontano di incesti e di assassini, di uomini e di animali, di luoghi misteriosi e di poteri sovrumani, esisteva un ordine, un disegno nascosto. Sovrapponendo e confrontando fra loro una versione con l’altra, un racconto con un altro, cominciavano a emergere alcune linee guida che dimostravano come i creatori di quelle narrazioni avessero cercato di rispondere ad alcune importanti questioni, che riguardano anche noi, uomini e donne del XXI secolo.
L’analisi delle mitologie delle Americhe conduce Lévi-Strauss a individuare un sistema di pensiero in cui la distinzione tra la natura e la cultura svolge un ruolo centrale. In realtà, secondo Lévi-Strauss, questo tema è fondamentale per l’umanità nel suo complesso: come spiegare altrimenti la spontanea facilità con cui tendiamo a distinguere in modo netto e reciso tra noi umani e gli altri animali? Perché abbiamo la tendenza a porre una barriera tra l’uomo e, poniamo, il cane e lo scimpanzé e caso mai siamo disposti a riconoscere una certa affinità maggiore tra noi e il nostro cagnolino piuttosto che con una scimmia abitatrice delle foreste, quando la distanza genetica che ci separa da quest’ultima è molto più piccola di quella esistente tra noi e il cane e quando la distanza tra cane e scimmia è molto più grande di quella tra gli uomini e i primati?
Per rispondere a tali interrogativi occorre prendere in considerazione il ruolo del pensiero simbolico come fonte per la costruzione di un ordinamento del mondo in cui l’uomo vive. Tuttavia, le diverse società umane risolvono in modo diverso gli stessi interrogativi fondamentali e l’analisi delle mitologie amerindiane consente di mettere in luce proprio le modalità attraverso le quali quelle società hanno sviluppato il rapporto tra la natura e la cultura. Nella definizione del mondo umano e nella sua contrapposizione al mondo circostante, molte culture americane hanno sottolineato non tanto la radicale separazione e incommensurabilità tra una dimensione e l’altra, quanto piuttosto le varie forme di mediazione che rendono possibile il passaggio tra natura e cultura, tra animalità e umanità, tra continuo e discontinuo. Nei lunghi percorsi tortuosi che si addentrano nell’intrico delle mitologie americane e si snodano nei quattro ponderosi volumi delle Mythologiques (1964-1971), l’autore mostra come ogni mito richiami altri miti, della stessa popolazione e di altre popolazioni, più o meno vicine, in un continuo processo di rifrazioni e di trasformazioni. Dal sovrapporsi e intersecarsi dei motivi mitici comincia poco a poco a delinearsi un certo ordine, in cui il tema della cucina costituisce il fattore ricorrente. Il fuoco infatti costituisce un elemento di distinzione per eccellenza tra gli uomini, che padroneggiano il fuoco e mangiano cibi cotti, e gli altri animali, che fuggono impauriti alla vista del fuoco e che si nutrono di cibi crudi. Il fuoco costituisce così un essenziale strumento di trasformazione: è grazie all’impiego del fuoco che gli uomini sono in grado di trasformare il cibo crudo, prodotto della natura, in cibo cotto, risultato dell’intervento della cultura. I miti che narrano l’origine del fuoco sono poi connessi, in vario modo, con altri miti che raccontano l’origine dei maiali selvatici, che costituiscono la fonte principale di cibo ottenuto attraverso la caccia, e quindi la materia prima su cui si esercita l’arte della cucina. Questi a loro volta richiamano altri due elementi: il tabacco e il miele.
Che cos’hanno in comune il miele, il tabacco e il fuoco da cucina? Lévi-Strauss mostra, con un talento e una raffinatezza di riflessione ineguagliabili, come il miele costituisca una sorta di alimento già «cotto», cioè preparato, allo stato di natura, quindi senza l’intervento dell’uomo. Il tabacco, invece, richiede, per essere consumato, di venire bruciato: si ha così una sorta di eccesso di intervento culturale, che pone il tabacco in relazione con gli esseri soprannaturali. Così mentre il miele è un prodotto elaborato da esseri non umani (le api), il tabacco è un prodotto il cui consumo culturale implica la sua distruzione, per aspirarne il fumo. Tutti questi racconti finiscono quindi per parlare delle stesse cose e per elaborare in vari modi il tema delle molteplici forme di passaggio dal mondo naturale al mondo culturale e viceversa.
Allievo e testimione dei primitivi
Le analisi di Lévi-Strauss sono complesse, intricate, si sviluppano per centinaia di pagine e non sono quindi facilmente ripercorribili. Molti autori le considerano elaborazioni cervellotiche e infondate. Tuttavia, il lettore che abbia la pazienza di scorrere quelle pagine ne rimarrà affascinato e coinvolto: non potrà sfuggire alla sensazione che quelle storie, apparentemente strane e sconnesse, devono essere prese sul serio e, con esse, i loro lontani e remoti creatori. E allora il ricordo corre inevitabilmente alla lezione inaugurale, tenuta nel 1960 al Collège de France, al termine della quale l’antropologo francese volle tornare con il pensiero ai popoli della foresta tropicale presso i quali aveva svolto le sue prime ricerche e di cui si definì «loro allievo e loro testimone». Generazioni di antropologi si sono sforzati e ancora si sforzeranno in futuro di sviluppare le profonde conseguenze e implicazioni di questa affermazione, per alcuni aspetti sorprendente, di Claude Lévi-Strauss.





The Art Of Piano Great Pianists Of The 20Th Century

7 11 2009





Premio Tullio Kezich – Saggi di critica cinematografica

21 10 2009

OGGETTO E FINALITA’:

Concorso nazionale online per un saggio critico di argomento cinematografico, per giovani e studenti di cittadinanza italiana fra i 18 e i 26 anni, su un film presentato nella Selezione Ufficiale (Venezia 66., Fuori Concorso, Orizzonti, Controcampo Italiano) alla 66. Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica (2-12 settembre 2009) da inviare a saggidicinema@labiennale.org. Il saggio – inedito, originale e in lingua italiana – dovrà essere di ampiezza compresa fra le 15.000 e le 20.000 battute (spazi inclusi).

GIURIA:
Composta da 3 esperti, presieduta dal Direttore della Mostra.

PREMI:

Ospitalità completa alla 67. Mostra 2010 ai primi 3 saggisti classificati. Accredito speciale alla 67. Mostra 2010 per i primi 10 classificati e pubblicazione online del saggio sul sito www.labiennalechannel.org.

ANNUNCIO RISULTATI E PREMIAZIONE:
Premiazione settembre 2010





Il ruolo della “ sinestesia” e del campo visivo nella psicofisiologia dello spettatore

18 10 2009

Il film è un testo polisemico, pieno d’informazioni visive e auditive.

Esso è considerato un sistema, costituito da vari elementi come le forme, i movimenti, i colori, la musica che, interagendo fra loro, ricompongono una serie di immagini successive, ovvero il film. Ma come può orientarsi lo spettatore all’interno di una tale complessità?
Lo spettatore è in grado di percepire gli elementi del film in virtù di procedimenti selettivi e organizzativi che sono il risultato di un apprendimento basato sulla propria esperienza extrafilmica, che a sua volta filtra le varie scene della pellicola.
Il suo sguardo possiede un’ampiezza di 210 gradi al cui interno il raggio visivo viene orientato in maniera molto selettiva su determinate parti del campo. Quindi mette a fuoco soltanto una parte del campo visivo e il resto rimane sfocato e percepito solo come vagamente presente.

Parliamo di sguardo selettivo specialmente per quei settori dello schermo in cui è maggiore la concentrazione di informazioni, la cosiddetta attensity. Allorché nell’immagine interviene un movimento, l’occhio lo segue con un moto continuo, detto “inseguimento”. Se nell’inquadratura si muovono più elementi, lo sguardo tende a occupare un posto che gli permetta di tenere sotto controllo l’insieme e quindi non tende ad ancorarsi su un punto fisso come fa nelle panoramiche e nelle zoomate, in cui si fissa sul punto di fuoco.
Ma che cosa succede dopo uno “stacco” o una “dissolvenza”? Lo sguardo viene introdotto a un campo visivo nuovo, inesplorato e lo spettatore tende a intensificare la rapidità dei movimenti oculari per percepire gli elementi essenziali e riuscire a stabilire la natura della scena.
Quindi le preferenze dello sguardo e i punti di fissazione sono correlati con la partecipazione psicologica dello spettatore nella realtà filmica.

Il film interagisce con il corpo dello spettatore, si crea un gioco comunicativo d’azione e inibizione dei sensi.

Dopo i primi istanti di proiezione, si attiva quella potente fascinazione: dimentichiamo di star assistendo a uno spettacolo d’ombre.
Seguendo un film, l’interdipendenza vista-udito ci introduce a diversi stadi fisici: a una scena drammatica o spaventosa, il nostro corpo si tende, ma a una scena serena, si rilassa. Molte volte è possibile notare su noi stessi l’induzione ad assumere posture e comportamenti dei personaggi dello schermo. Sembra semplice, ma il rapporto comunicativo che si stabilisce fra il film e chi lo vede è complicatissimo, si creano rapporti complessi tra percezione e azione a livello psicofisiologico.

L’immagine filmica interagisce con il corpo dello spettatore, ma questo corpo, a differenza dell’esperienza quotidiana, sperimenta tutta una serie d’assenze, di olfatto, di gusto e di tatto, e nonostante ciò lo spettatore è in grado di avere le stesse risposte sensoriali che avrebbe nella realtà. Ciò avviene perché il corpo organico è indotto a stabilire rapporti sostitutivi a quelli fisici, che gli sono negati.
La nozione di sinestesia è sempre associata alla concezione del corpo come schema d’interdipendenze: gli stimoli esterni raggiungono lo spettatore dallo schermo e implicano un’attività sensoriale che coinvolge tutta la persona.
Immagini e suoni colpiscono i sensi e dopo la loro diffusione sulla superficie corporea, raggiungono il cervello e gli stimoli sensoriali si trasformano in cambiamenti psichici di riflesso con durata variabile che dipende dall’idiosincrasia dell’individuo e dal proprio orientamento soggettivo.

Riferimenti bibliografici

Alberto Angelini, Psicologia del cinema, Liguori, Napoli 1992

Ancona L., Il film come elemento nella dinamica dell’aggressività, «Ikon» 46, Franco Angeli Edizioni, Milano 1963

Alberto Abruzzese, L’immagine filmica, Bulzoni, Roma 1974

Marinato G., La ricerca elettroencefalografica in filmologia, «Ikon» 51, Franco Angeli Edizioni, Milano 1964

Hugo Mauerhofer, Psychology of film experience, «The Penguin Film Review» 8, London 1949

G.M. Wilson, Narration in Light: Studies in Cinematic Point of View, John Hopkins University Press, Baltimore 1986

R. Warshow, The Immediate Experience, Doubleday, New York 1962
G. Rondolino, Cinema e musica, UTET, Torino 1991
W. Powers, Behaviour: Control of Perception, Aldine, Chicago 1973
E. Calzavara, Il lavoro di spettatore, Nuove Edizioni Romane, Roma 1978
A. Angelici, Psicologia del cinema, Liguori, Napoli 1992